Di Vanessa.
Un saluto di benvenuto, insieme ad alcune linee di informazione e proposte di interventi, a chi entra e si esprime in questo blog. È stato pensato e avviato scambiando riflessioni e pareri con amici, colleghi e studenti universitari. Nasce da testi e tematiche emerse nel leggere testi di autori, per lo più antichi, che nei molti anni del mio lavoro hanno accompagnato lo svolgersi di corsi, letterari linguistici e storici, da me tenuti in varie università (LUMSA, ISSR Mater Ecclesiae -Angelicum di Roma, università di Macerata). In essi ho affrontato, di tempo in tempo, le letterature greca e latina, la letteratura cristiana antica in queste due lingue, la letteratura latina tardo-antica e altomedievale, la storia delle religioni.
Una recente provocazione mi è venuta anche da un gruppo di studenti all’inizio di un corso di storia delle religioni, quando hanno definito le motivazioni per la scelta di questo corso non obbligatorio nel piano di studi. La scelta nasce – cito le loro parole – dal voler avere una panoramica sulle religioni e sulle culture diverse da quella più o meno praticata da ognuno, dall’interrogarsi sul perché c’è la religione, che essi vedono come elemento della convivenza umana, come stile di vita tramandato, come serie di istituzioni/canoni che l’uomo si è dato, come valenza etica, come concetto vasto, come bisogno di affidarsi a qualcosa. Il blog vuol essere dunque un luogo per esprimere riflessioni e provocazioni sulla realtà profonda dell’essere umano, sulle domande che lo hanno accompagnato e lo accompagnano, su ciò che è al di là e al di sopra di lui, sul credere e sul perché del credere e del non credere… L’essere umano è tutto e solo ciò che vediamo, sperimentiamo, soffriamo, godiamo? Ha altre dimensioni? Quali? Sono da vivere? Come?
martedì 23 giugno 2009
L’Alba del Domandarsi
Di Vanessa.
venerdì 5 giugno 2009
…A Proposito Di Idee Sulla Fede
È una fredda domenica mattina. Sto viaggiando sull’autostrada. Mi fermo in autogrill per riposarmi un po’. Noto che nell’area di servizio è in sosta un camion molto particolare: la sua cabina sembra un affresco. Ci sono colori forti ed immagini astratte che si confondono. Su una facciata l’immagine di un santo. Al bancone del bar sono vicina ad un signore con la faccia segnata dalla stanchezza. Non posso fare a meno di guardarlo; mi fisso sulle sue mani callose, segnate dalla fatica e un po’ livide. Se ne accorge e ritrae le mani dal bancone. Imbarazzata ho un secondo di tempo per capire che è il caso di scusarsi e di spiegare a quell’uomo che non lo sto guardando per criticarlo, ma perché mi ricorda una persona a me cara che aveva quelle stesse mani sofferenti e quella stessa espressione vaga che ricerca solo tranquillità e riposo. Scopro che è un autotrasportatore, ci metto un attimo a capire che il camion parcheggiato fuori è il suo. Incuriosita mi dico che potrei fare a lui le mie domande sulla fede. La sua reazione è positiva, ma non vuole che scriva il suo nome. Comincio.
Anonimo, 60 anni autotrasportatore
-Cos’è per lei la fede?
-la fede cristiana?
-Non lo so. Me lo dica lei. Collega la parola alla religione?
-Mi viene naturale. Sono cresciuto in una famiglia cristiana e molto praticante. Quando ero piccolo e non sapevo spiegarmi determinati eventi mi rivolgevo a mia madre che, al contrario di me, aveva sempre una risposta pronta: Abbi fede in Dio!
-E lei ce l’aveva?
-Io non sono credente. Per me è difficile aderire incondizionatamente a qualcosa che non posso dimostrare. Sa, io sono un camionista, ma non creda all’equazione camionista=ignorante. Ho studiato filosofia, ma non ho finito.
-Visto che non è credente pensa di potermi spiegare la parola “fede” sganciandola dal contesto religioso?
L’uomo rimane in silenzio per un po’, poi risponde:
-Fede è un atto di speranza, è l’atteggiamento mentale con cui ogni giorno salgo sul mio camion, augurandomi che tutto vada per il meglio; con cui ogni giorno torno a svolgere un lavoro difficile e duro, importante per la società, ma che la società disprezza e sottovaluta; è la forza grazie alla quale da più di 30 anni vivo lontano 6 giorni su 7 dalla mia famiglia, macinando chilometri sull’autostrada.
-Dice di non aver fede ma sul suo camion c’è una splendida immagine di santo. È solo un abbellimento estetico? Una moda?
-Ha notato anche quello?
-Sì.
-Beh, cosa vuole? Forse inconsciamente la fede di mia madre è riuscita comunque a sopravvivere al mio razionalismo. Non è un decoro esteriore. In quella figura io credo veramente.
-Ma se è convinto che la ragione trionfi su tutto, che cosa vuol dire per lei credere?
-Non lo so spiegare, ma le dico questo: in 30 anni di guida ho visto molte cose sulla strada; ho perso amici; altri sono rimasti gravemente feriti. Lui mi accompagna, mi sostiene, Sa che le dico? Se esiste una fede, allora per me è il soccorso che chiedo al cielo per non fare del male a nessuno.
-Se la fede fosse un oggetto?
-Il rosario di mia madre.
-Un colore?
-Il verde: è il colore della mia cabina, perché è quello della speranza.
Di Vanessa.
sabato 2 maggio 2009
NEC RECISA RECEDIT (schegge di pensieri sul terremoto in Abruzzo II parte)
Venerdì 10 aprile ’09. Sono passate le 11. Mi trovo in strada. I negozi sotto casa mia hanno le saracinesche abbassate in segno di lutto. Fuori c’è un’aria calda e un silenzio soffocante. Mi affretto a tornare, voglio seguire i funerali ufficiali per le vittime del terremoto in Abruzzo. Accendo il televisore e quasi automaticamente apro la finestra della stanza e ho l’impressione che un unico suono vi entri : è quello dell’omelia di Monsignor Bertone. Noto stupita che tutti gli appartamenti vicini al mio hanno le finestre aperte da cui sembra uscire all’unisono la voce del segretario di Stato vaticano. È come se l’intero mio quartiere partecipasse insieme con lo Stato e il Paese tutto a quello straziante addio. Comincio a guardare le immagini e in un attimo i miei occhi si riempiono della distesa di bare disposte sul piazzale della caserma della Guardia di Finanza. Sono 205. Su ognuna di loro è posato un oggetto: un fiore, un giocattolo, una foto… è il modo tutto umano che abbiamo per dire ai nostri cari che siamo lì, per dire a noi stessi che non vogliamo staccarci da loro. Alcuni militari in alta uniforme sembrano proteggere feretri che non hanno parenti che li piangono. Ci sono le insegne di tutte le regioni italiane, c’è lo Stato con i suoi rappresentanti, c’è la Chiesa cattolica e la sua omelia. Sono turbata, quasi stordita davanti ad una tragedia troppo grande per essere compresa e mentre mi domando come si possa superare una prova così dolorosa, mia sorella alza il volume del televisore. Comincio a memorizzare alcune parole di Monsignor Bertone, che rivolgendosi al Signore lo appella clementissimo. Parla di morti in Cristo, di una dimora terrena distrutta per un’abitazione eterna nel cielo, di come si debba trarre dalla morte una lezione di vita autenticamente cristiana, di come si debba contrapporre al mistero della morte la speranza della salvezza eterna. Mi abbandono a quelle parole come all’unico modo che ho per dare un senso a quello che è accaduto. Mi affido alla promessa di resurrezione del mio Dio, che è Signore della Vita. Sento Monsignor Bertone pronunciare nel suo discorso mistero della fede e più tardi affermare ancora che ci è data la possibilità di accettare un dono: quello della consolazione delle parole della fede. Penso a quanto sia difficile ricevere questo dono soprattutto per quelle mamme e papà che hanno perso i loro figli. Smetto di ascoltare e torno a guardare. Mi scorrono davanti agli occhi 20 bare bianche, piccole come schizzi stonati su una tela di un quadro che non gli appartiene Vedo nonni disperati perché sopravvissuti ai nipoti. Rimango soprattutto smarrita davanti alla piccola bara di Antonio. È un bimbo romeno di soli 4 mesi. Il feretro è appoggiato su quello della madre, accanto c’è quello del padre. È un’immagine troppo straziante. Dà l’idea di un ultimo gesto materno che riporta a sé , come in un abbraccio, il corpicino di un bimbo, la cui vita non era ancora decollata. Una stretta sigillata e ingentilita da una rosa rossa, che copre una bara più piccola del suo stesso stelo. Tornano a distogliermi le parole dell’Imam islamico che chiudono la cerimonia: nel nome del Dio unico leggerò in memoria di tutti; intanto non mi accorgo che il mio volto è bagnato ,e mentre mi asciugo gli occhi il regista fissa l’inquadratura su una frase latina che campeggia alle spalle dell’altare: NEC RECISA RECEDIT, “neppure recise si fermano le cose” e provo a credere a ciò che ha detto poco prima Monsignor Bertone: … che il dolore si apra alla certezza che la morte non spezza la comunione in Cristo.
di Vanessa
Mini inchiesta sulla fede
Roma, mercoledì 29.04.09.
Sono sul corridoio della Facoltà di Lettere e Filosofia della mia università in attesa che inizi una lezione. Insieme con me ci sono altri ragazzi e ragazze. Passano altri studenti. Mi viene un’idea: perché non partire proprio da loro per realizzare una piccola inchiesta che indaghi il rapporto con la fede di studenti, professori, gente comune? Comincio il mio sondaggio da Maria Dolores e Luis, due giovani spagnoli che frequentano il corso di Letteratura Latina Medievale. Mi accorgo che ho avuto l’occasione di parlare con loro poche volte e mi dispiace, perché , mentre rispondono alle mie domande, scopro che sono due persone eccezionali. Mi avvicino timidamente, non sapendo come possano prendere l’idea di una mini-intervista sul concetto di fede. Non hanno problemi. Elaboro in fretta un questionario.
Maria Dolores Basavilbaso
24 anni studentessa Erasmus in Storia dell’Arte.
- Se dico fede cosa evoca in te la parola?
M. “Penso ad una forza generale, ad un sostegno”
- In cosa? M. “In Dio, ma anche nell’uomo”.
-Se la fede è un supporto, ricorri ad essa solo in caso di bisogno?
M. “No. Non considero la fede qualcosa a cui rivolgersi solo in situazioni di pericolo; è vero che fortunatamente non mi sono mai trovata di fronte ad un grande dolore che mi spingesse a verificare la forza della mia fede. Ma credo che questa sia costante nella mia vita”.
-Ritieni che ci sia differenza tra l’Italia e la Spagna nel considerare la fede?
M. “Sì. In Spagna c’è un maggior attacco e un atteggiamento piuttosto critico verso la fede che è considerata un sentimento ormai vecchio. In Italia , invece, ho notato soprattutto il rispetto che per essa hanno i professori delle diverse discipline, indipendentemente dal loro credo religioso”.
-Hai risposto alla prima domanda collegando la fede alla religione cristiana, hai poi aggiunto che per te esiste anche una fede nell’uomo? Che vuol dire?
M. “Ritengo che la fede possa essere anche fiducia nel prossimo e nella bontà della natura umana”.
-Nella tua famiglia si parla di fede?
M. “La religione nella mia famiglia è molto presente e se ne discute indipendentemente dalle nostre convinzioni. Io e mio padre siamo cattolici, anche mia madre lo è, pur se ultimamente si è aperta alla conoscenza di altre religioni. Mio fratello non ho ancora ben capito che scelta abbia fatto”.
-Se la fede fosse un oggetto?
M. “Sarebbe una croce”.
-Un colore? M. “l’oro”.
Luis Constante
23 anni studente Erasmus in Storia dell’Arte
-Se ti dico fede a cosa pensi?
L. “Mi viene naturale pensare alla fede religiosa e la collego ad un’immagine : quella di una luce forte che arriva da una finestra. La fede è un sentimento importante che per essere vissuto e creduto ha bisogno di una grande forza. Come Maria credo che la fede sia un aiuto per superare le difficoltà. Non so quanto sia grande in me perché non ho avuto situazioni così complicate da sperimentarla”.
-Parli mai con i tuoi coetanei di fede?
L. “E’ difficile. La fede non è cosa su cui si riflette con facilità, siamo presi da altre distrazioni”.
-Credi anche tu che la fede possa essere fiducia nell’uomo?
-L. “Sì. Ma ci tengo a precisare che è una forma di sicurezza che nasce dalla speranza della bontà della natura umana”.
-Ti capita di parlare di fede nella tua famiglia?
L. ride e risponde : “No, non se ne parla; è una cosa intima e personale, sarebbe strano e imbarazzante discuterne”.
-Se la fede fosse un oggetto?
L. “Sarebbe la finestra di una cattedrale gotica”.
-Un colore? L. “L’oro della luce”.
di Vanessa
sabato 25 aprile 2009
da Cantico dei Vangeli
Bagnatevi gli occhi ogni mattino
e ringraziate Dio
perché vedete la luce,
e che questa luce
non diventi mai
il fuoco della superbia.
Vi ho lasciato lavorare,
costruire,
attendere.
Perché invece di odiare
il vostro fratello
non gli dite: Vieni a vedere,
non ti sei accorto
che siamo ancora vivi
e padroni dell'universo?
Vi ho regalato tutta la terra,
e ogni tanto vi attaccate
a una misera proprietà
e credete
che sarà vostra per sempre.
Non è così:
il vostro più stupido nemico
ve la potrebbe togliere
da un momento all'altro.
Però oltre alle valli
e alle montagne
c'è un altro regno
che voi non vedete
la mia consolazione.
Voi entrerete nel mio grembo
e sarete partoriti ogni giorno
nella beatitudine.
di Alda Merini
domenica 19 aprile 2009
“RE E REGINE DI UN CASTELLO DI SABBIA” (Schegge di pensieri sul terremoto in Abruzzo I parte)
Nel giorno del funerale tra i tanti nomi di quanti hanno perso la vita scorrono quelli di: Davide, Angela, Luciana, Michelon, Alessio, Chiara, Francesco, alcuni dei ragazzi che abitavano in via XX Settembre, nella Casa dello studente. Giovani che sono stati “re e regine di un castello di sabbia” che li ha traditi, portandosi via le loro vite poggiate a piloni presto affondati. Mia madre mi dice che ora è inutile la rabbia, l’odio; mi fa osservare quello che è rimasto della residenza universitaria, su cui è calata una notte silenziosa, illuminata solo dalla fredda luce delle fotocellule. Mi invita ad immaginare ancora in piedi quello che prima era un palazzo alto una ventina di metri, ad entrare con il pensiero nelle stanze, ad ascoltare le voci di ragazzi e ragazze che condividevano fra quelle pareti i loro amori, gioie, paure, sacrifici e soprattutto speranze. Mi ricorda come in un’altra palazzina nel centro dell’Aquila, dopo quarantadue ore sotto le macerie, è stata estratta viva Eleonora, una studentessa vent’enne con il sogno del cinema. Mia madre mi dice che questo è il trionfo della vita sul mistero della morte. La sua fede è così forte che riesce a vedere lì dove i miei occhi non arrivano. Aggiunge: “sai, il padre di Ele ha rotto il cordone di sicurezza per essere lì accanto alla figlia incontro alla speranza, che ha avuto il volto e le mani di soccorritori che, come angeli, hanno strappato Ele alla morte”.
di Vanessa.
UN’ESPERIENZA CONCRETA DI FEDE
Mi è capitato casualmente fra le mani un vecchio articolo di un giornale romano. Sono stata subito incuriosita dal suo titolo: “Folgorato sulla via dei rom”. Mi viene subito in mente S.Paolo e la sua conversione sulla strada per Damasco. Decido di leggerlo. Scopro così la straordinaria storia di Salvatore, un ragazzo di Salerno che giunto a Roma per il servizio militare incrocia un giorno lo sguardo di alcuni bimbi rom. E’ allora che decide di voler fare qualcosa. E va a vivere con loro in una baracca per alcuni giorni della settimana, determinato ad essere per quei bambini, ombre della Capitale, un punto di riferimento. O meglio il loro mister. Già perché Salvatore ha ideato una squadra di calcio, gli “Ercolini”, per coinvolgere i piccoli nomadi. Più avanti leggo una dichiarazione del giovane: “vengo nella mia baracca quasi ogni giorno… è dura, ma è così che intendo la fede”. “Caspita!, penso, lui sì che ha trovato il modo di umanizzare la sua adesione a Dio, non parole, ma fatti”. Lui che ha trovato la sua serenità penetrando lì dove molti non guardano: i margini di una Roma grande e accogliente, ma che a volte è così distratta da non prendersi cura di tutti “i suoi figli”. Lui che trova il sorriso nel sorriso che i bimbi rom restituiscono come forma di ringraziamento, per l’affetto di quel ragazzo che sembra piovuto dal cielo.
La storia di Salvatore mi ha fatto riflettere sul fatto che esistono modi concreti per percepire la fede nella vita di ogni giorno, a noi il compito di scegliere quale.
di Vanessa.
LE MANI DI OSMAI
Ore tre e trentadue della notte tra il cinque e il sei aprile: la terra trema in Abruzzo. Dappertutto è morte e distruzione. Si scava per giorni senza mangiare e dormire. Mariti cercano mogli, genitori cercano figli. Si tenta di recuperare il possibile: fotografie, documenti, vestiti, ecc. Queste persone hanno una dignità e una forza inimmaginabili. Lasciano senza parole. Mi chiedo se questa gente, dopo tutto quello che ha sofferto, potrà ancora credere in qualcuno, in qualcosa? Trovo la risposta in una storia raccontata su un giornale. Osmai è un muratore macedone di quarantadue anni. Sua figlia Valbona è morta sotto le macerie. Nonostante questa disgrazia, per undici volte ha soccorso donne, bambini, uomini feriti. Morta la propria creatura, ha avuto il grande coraggio di venire in aiuto di altri esseri umani . Io credo che Osmai abbia obbedito a una voce interiore che lo spronava ad andare avanti, a dire che non era finita, a pensare che non sempre la morte ha la meglio sulla vita. E in quei secondi, in cui ogni attimo è prezioso, non si è fermato a imprecare, a piangere, ma ha messo in atto quello che in quel momento gli sembrava più giusto fare.
Osmai ha voluto credere che quei corpi feriti potessero tornare a vivere, a studiare, a divertirsi. Non potrà mai spiegarsi perché è toccato alla sua Valbona morire. La ritroverà, però, negli occhi, nei giochi, nelle parole, nei sorrisi di quei piccoli e di quei grandi che ha salvato con le mani che sono, ora, fasciate da garze.
Questo eroe dei nostri giorni deve essere un esempio per andare avanti, per non fermarsi, per credere che c’è un oltre sicuramente molto più luminoso del buio momento che stanno attraversando tutti coloro che, immersi in un dolore grandissimo, sono interiormente lacerati per la perdita dei propri cari, dell’abitazione, della propria quotidianità. Ognuno può e deve credere che le cose cambieranno perché la loro grande forza interiore permetterà tutto questo.
di Vania.
martedì 14 aprile 2009
Felice riede
d'aurora
eccelso
tesor
non colla
materia
dilegua.
Beato
chi,
spinto
al varco
letéo,
felice riede.
sabato 28 marzo 2009
Religione e ragione si sostengono a vicenda
Una religione genuina allarga l'orizzonte della comprensione umana e sta alla base di ogni autentica cultura umana. Essa rifiuta tutte le forme di violenza e di totalitarismo: non solo per principi di fede, ma anche in base alla retta ragione. In realtà, religione e ragione si sostengono a vicenda, dal momento che la religione è purificata e strtutturata dalla ragione e il pieno potenziale della ragione viene liberato mediante la rivelazione e la fede.
di Benedetto XVI
venerdì 27 marzo 2009
Un Natale di fede!
Mentre stavo leggendo le lettere di Bonhoeffer sono rimasta colpita da quanto egli afferma a pag. 2: Dietrich è in prigione, è accusato di aver cospirato contro Hitler.
Scrive una lettera qualche giorno prima di un Natale che definisce “ più autentico di quanto non avvenga dove di questa festa si conserva solo il nome”.
La vita in cella è sofferenza, è segregazione. Neppure i guardiani gli rivolgono la parola. Nella propria solitudine capisce di essere un uomo che segue l’esempio di Cristo. Lui, martire moderno del Novecento, lo sente vicino nel sopportare questa situazione penosa, proprio come i testimoni dei primi secoli che andavano incontro alle persecuzioni e alla morte per provare la loro fede. Vive nel dolore in carcere, consapevole che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, trovando in Dio la sua forza, la sua speranza. Questo Natale acquista una nuova valenza davanti agli occhi di Dietrich che ha conosciuto le nefandezze del regime hitleriano. Di fronte a tutto quello di aberrante che l’uomo produce egli sa di avere una certezza contro la quale la violenza, i soprusi, le aggressioni, le brutalità nulla possono. E quello che per gli altri può sembrare terribile, può incutere spavento e angoscia diventa motivo per accrescere la sua fiducia nel messaggio di speranza di Cristo e nella forza rigeneratrice della fede. Attraverso il dolore egli è meritevole di Dio. Di quel Dio che ha riscattato la vita con la morte per quegli uomini nelle cui mani, ora, è la sua sorte. La sofferenza è vana di fronte alla beatitudine perenne ed infinita di Dio. È proprio nella fede che egli, umile prigioniero, trova conforto, scoprendo in Cristo una risposta a quella che per gli altri è disperazione. Cristo che, modello di condotta, davanti alla prova della pena e dell’afflizione ha accolto la volontà del Padre morendo in croce.
Una fede che genera una forza tanto grande da sopportare ore, minuti, giorni, settimane che scorrono lente in attesa dell’inevitabile esecuzione del 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossemburg.
di Vania.
Musica e spiritualità sciamanica
Musica e trance, musica e viaggio mistico sono dei binomi frequentemente presenti e ampliamenti studiati in quelle culture con una religiosità definita sciamanica.
Lo sciamano è una figura difficile da definire, normalmente viene inquadrato come il mago o lo stregone o ancora più tecnicamente il medicine-man. Lo sciamanesimo è stricto sensu un fenomeno religioso siberiano e centro-asiatico (infatti il termine nasce nel XVII secolo dopo l'incontro in Siberia di stregoni da parte dei soldati di Pietro Il Grande) ma è anche presente in America del Nord, in Indonesia e nell'Oceania.
Lo sciamano con l'aiuto del tamburo sacro entra in una alterazione vocale e sensoriale ed sono tre le conseguenze spirituali piu importanti a cui va incontro: catabasi-anabasi-psicomachia.
Catabasi-Anabasi: il viaggio nel regno dei morti e la successiva resurrezione, lo sciamano si aiuta con il canto e con il continuo ritmare del tamburo che molteplici volte assume la sembianza figurativa di un cavallo, fido aiutante dello stregone nel viaggio ultraterreno.
Psicomachia: lotta dell'anima contesa fra gli spiriti buoni o bianchi e quelli cattivi o neri. Succesivamente alla catabasi e prima della anabasi il medicine-man chiede aiuto agli spiriti bianchi che hanno svariati poteri: possono scoprire le cause di una malattia o recuperare addirittura le anime smarrite.
Gli sciamani possono essere posseduti dagli spiriti familiari che diventano una sorta di suo alter ego. Lo sciamano non arriva mai alla trascendenza pura del divino ma sicuramente supera le mere forze fisiche della natura.
mercoledì 25 marzo 2009
Vivi
Godi la vita.
Essa spira vento,
brilla fra
le argentee
squame
dei pesci,
colora
uccelli
dalle morbide
piume,
giorni
dipinge
sulla tela
del creato,
vibra
l'aria
di note
stridenti,
anima
scuote
per il concerto
dell'infiniti
misteri
divini.
di Cristiana.
martedì 24 marzo 2009
Abbi fede!
È martedì pomeriggio. Ho aperto il blog “Echi di fede?”; in un attimo il mio sguardo si ferma sul titolo e non si distoglie dal termine “fede”. Comincio a chiedermi che cosa mi suggerisca questa parola. Subito penso all’adesione incondizionata al mio Dio, quello cristiano. Poi guardo con più attenzione e vedo che non ci sono aggettivi o altri elementi che la collegano per forza al Cristianesimo. Decido, allora, di non dare a “fede”nessun colore. Voglio considerarla come una forma generale di affidamento a qualcosa o qualcuno fondato sulla speranza. Nel frattempo in casa accendono la radio: trasmettono l’ultima canzone dei Gemelli Diversi. E’ un attimo. Sento una frase del brano che dice: Dio dov’è, mentre il mondo piange.
Quelle parole mi entrano nella testa. Torno a guardare il blog e capisco che la fede non può essere solo una parola a cui decidere di dare ora un senso, ora un altro. La domanda di quella canzone è alla fine di una carrellata su violenze e soprusi che quotidianamente imbruttiscono la dignità dell’uomo. Così mi chiedo: anch’io dico di aver fede, ma quanto basta a rendermi forte davanti al dolore e alla sofferenza di ogni giorno? Come potrei dire a chi non ha di che vivere o sfamarsi, a chi è vittima dell’aggressività altrui e dell’ingiustizia sociale, a quella gente che la canzone definisce “onesta” ma “che si sente sempre dire no”, a “quel padre schiacciato dal lavoro”, abbi fede! Fede in che, in chi?
Potrei rispondere solo con un invito, quello che io ho deciso di accettare: cerca di ascoltare la voce di Dio che ci vuole salvi!
Poi mi rendo conto che non tutti conoscono la voce del mio Dio, che non tutti quelli che La conoscono sono così saldi nella fede da non scoraggiarsi mai. Ma quella della canzone è pur sempre una domanda, fatta con la speranza di una risposta. Io provo a rispondere. Mi dico che nessuno può difenderci dai problemi della vita, che nessuno ci educherà o rafforzerà al punto da affrontare con serenità l’ingiustizia, che è umano provare rabbia e angoscia di fronte alle difficoltà. Così ho due possibilità: la più facile? Odiare la vita, rifiutare Dio ed essere in “guerra” con Lui, accusandolo come il responsabile dei miei mali; la più difficile? Non interrompere il messaggio di amore e salvezza a cui Dio mi chiama e cercare di concretizzarlo. Come? Provando a lavorare per distruggere ciò che svilisce la nostra dignità. Una strada difficile ma che bisogna pur cominciare a percorrere. Mi vengono in mente altre frasi della canzone: “per chi è sul baratro, guarda in basso e dice no… per quello che si è salvato per un euro donato…” è quell’euro donato che salva un infelice, è il coraggio di resistere davanti ad un burrone che inghiotte la nostra vita l’inizio di quella strada che può renderci padroni dei nostri giorni.
Ora so cosa direi a chi Dio lo rifiuta o lo accusa: abbi fede! e se non sarà quella cristiana non importa, basta la volontà di rispondere al bisogno di aiuto che tutti gridiamo ma che nessuno ascolta.
Ho dimenticato una cosa: la canzone chiede…ce l’hai un attimo per me?
Se riuscirò a trovarlo, forse avrò cominciato il percorso per la salvezza.
di Vanessa.
sabato 14 marzo 2009
"Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi gli uni gli altri"
Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine (cfr. Giovanni 13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l'umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.di Benedetto XVI