È martedì pomeriggio. Ho aperto il blog “Echi di fede?”; in un attimo il mio sguardo si ferma sul titolo e non si distoglie dal termine “fede”. Comincio a chiedermi che cosa mi suggerisca questa parola. Subito penso all’adesione incondizionata al mio Dio, quello cristiano. Poi guardo con più attenzione e vedo che non ci sono aggettivi o altri elementi che la collegano per forza al Cristianesimo. Decido, allora, di non dare a “fede”nessun colore. Voglio considerarla come una forma generale di affidamento a qualcosa o qualcuno fondato sulla speranza. Nel frattempo in casa accendono la radio: trasmettono l’ultima canzone dei Gemelli Diversi. E’ un attimo. Sento una frase del brano che dice: Dio dov’è, mentre il mondo piange.
Quelle parole mi entrano nella testa. Torno a guardare il blog e capisco che la fede non può essere solo una parola a cui decidere di dare ora un senso, ora un altro. La domanda di quella canzone è alla fine di una carrellata su violenze e soprusi che quotidianamente imbruttiscono la dignità dell’uomo. Così mi chiedo: anch’io dico di aver fede, ma quanto basta a rendermi forte davanti al dolore e alla sofferenza di ogni giorno? Come potrei dire a chi non ha di che vivere o sfamarsi, a chi è vittima dell’aggressività altrui e dell’ingiustizia sociale, a quella gente che la canzone definisce “onesta” ma “che si sente sempre dire no”, a “quel padre schiacciato dal lavoro”, abbi fede! Fede in che, in chi?
Potrei rispondere solo con un invito, quello che io ho deciso di accettare: cerca di ascoltare la voce di Dio che ci vuole salvi!
Poi mi rendo conto che non tutti conoscono la voce del mio Dio, che non tutti quelli che La conoscono sono così saldi nella fede da non scoraggiarsi mai. Ma quella della canzone è pur sempre una domanda, fatta con la speranza di una risposta. Io provo a rispondere. Mi dico che nessuno può difenderci dai problemi della vita, che nessuno ci educherà o rafforzerà al punto da affrontare con serenità l’ingiustizia, che è umano provare rabbia e angoscia di fronte alle difficoltà. Così ho due possibilità: la più facile? Odiare la vita, rifiutare Dio ed essere in “guerra” con Lui, accusandolo come il responsabile dei miei mali; la più difficile? Non interrompere il messaggio di amore e salvezza a cui Dio mi chiama e cercare di concretizzarlo. Come? Provando a lavorare per distruggere ciò che svilisce la nostra dignità. Una strada difficile ma che bisogna pur cominciare a percorrere. Mi vengono in mente altre frasi della canzone: “per chi è sul baratro, guarda in basso e dice no… per quello che si è salvato per un euro donato…” è quell’euro donato che salva un infelice, è il coraggio di resistere davanti ad un burrone che inghiotte la nostra vita l’inizio di quella strada che può renderci padroni dei nostri giorni.
Ora so cosa direi a chi Dio lo rifiuta o lo accusa: abbi fede! e se non sarà quella cristiana non importa, basta la volontà di rispondere al bisogno di aiuto che tutti gridiamo ma che nessuno ascolta.
Ho dimenticato una cosa: la canzone chiede…ce l’hai un attimo per me?
Se riuscirò a trovarlo, forse avrò cominciato il percorso per la salvezza.
di Vanessa.
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