Un saluto di benvenuto, insieme ad alcune linee di informazione e proposte di interventi, a chi entra e si esprime in questo blog. È stato pensato e avviato scambiando riflessioni e pareri con amici, colleghi e studenti universitari. Nasce da testi e tematiche emerse nel leggere testi di autori, per lo più antichi, che nei molti anni del mio lavoro hanno accompagnato lo svolgersi di corsi, letterari linguistici e storici, da me tenuti in varie università (LUMSA, ISSR Mater Ecclesiae -Angelicum di Roma, università di Macerata). In essi ho affrontato, di tempo in tempo, le letterature greca e latina, la letteratura cristiana antica in queste due lingue, la letteratura latina tardo-antica e altomedievale, la storia delle religioni.


Una recente provocazione mi è venuta anche da un gruppo di studenti all’inizio di un corso di storia delle religioni, quando hanno definito le motivazioni per la scelta di questo corso non obbligatorio nel piano di studi. La scelta nasce – cito le loro parole – dal voler avere una panoramica sulle religioni e sulle culture diverse da quella più o meno praticata da ognuno, dall’interrogarsi sul perché c’è la religione, che essi vedono come elemento della convivenza umana, come stile di vita tramandato, come serie di istituzioni/canoni che l’uomo si è dato, come valenza etica, come concetto vasto, come bisogno di affidarsi a qualcosa. Il blog vuol essere dunque un luogo per esprimere riflessioni e provocazioni sulla realtà profonda dell’essere umano, sulle domande che lo hanno accompagnato e lo accompagnano, su ciò che è al di là e al di sopra di lui, sul credere e sul perché del credere e del non credere… L’essere umano è tutto e solo ciò che vediamo, sperimentiamo, soffriamo, godiamo? Ha altre dimensioni? Quali? Sono da vivere? Come?

sabato 2 maggio 2009

NEC RECISA RECEDIT (schegge di pensieri sul terremoto in Abruzzo II parte)


Venerdì 10 aprile ’09. Sono passate le 11. Mi trovo in strada. I negozi sotto casa mia hanno le saracinesche abbassate in segno di lutto. Fuori c’è un’aria calda e un silenzio soffocante. Mi affretto a tornare, voglio seguire i funerali ufficiali per le vittime del terremoto in Abruzzo. Accendo il televisore e quasi automaticamente apro la finestra della stanza e ho l’impressione che un unico suono vi entri : è quello dell’omelia di Monsignor Bertone. Noto stupita che tutti gli appartamenti vicini al mio hanno le finestre aperte da cui sembra uscire all’unisono la voce del segretario di Stato vaticano. È come se l’intero mio quartiere partecipasse insieme con lo Stato e il Paese tutto a quello straziante addio. Comincio a guardare le immagini e in un attimo i miei occhi si riempiono della distesa di bare disposte sul piazzale della caserma della Guardia di Finanza. Sono 205. Su ognuna di loro è posato un oggetto: un fiore, un giocattolo, una foto… è il modo tutto umano che abbiamo per dire ai nostri cari che siamo lì, per dire a noi stessi che non vogliamo staccarci da loro. Alcuni militari in alta uniforme sembrano proteggere feretri che non hanno parenti che li piangono. Ci sono le insegne di tutte le regioni italiane, c’è lo Stato con i suoi rappresentanti, c’è la Chiesa cattolica e la sua omelia. Sono turbata, quasi stordita davanti ad una tragedia troppo grande per essere compresa e mentre mi domando come si possa superare una prova così dolorosa, mia sorella alza il volume del televisore. Comincio a memorizzare alcune parole di Monsignor Bertone, che rivolgendosi al Signore lo appella clementissimo. Parla di morti in Cristo, di una dimora terrena distrutta per un’abitazione eterna nel cielo, di come si debba trarre dalla morte una lezione di vita autenticamente cristiana, di come si debba contrapporre al mistero della morte la speranza della salvezza eterna. Mi abbandono a quelle parole come all’unico modo che ho per dare un senso a quello che è accaduto. Mi affido alla promessa di resurrezione del mio Dio, che è Signore della Vita. Sento Monsignor Bertone pronunciare nel suo discorso mistero della fede e più tardi affermare ancora che ci è data la possibilità di accettare un dono: quello della consolazione delle parole della fede. Penso a quanto sia difficile ricevere questo dono soprattutto per quelle mamme e papà che hanno perso i loro figli. Smetto di ascoltare e torno a guardare. Mi scorrono davanti agli occhi 20 bare bianche, piccole come schizzi stonati su una tela di un quadro che non gli appartiene Vedo nonni disperati perché sopravvissuti ai nipoti. Rimango soprattutto smarrita davanti alla piccola bara di Antonio. È un bimbo romeno di soli 4 mesi. Il feretro è appoggiato su quello della madre, accanto c’è quello del padre. È un’immagine troppo straziante. Dà l’idea di un ultimo gesto materno che riporta a sé , come in un abbraccio, il corpicino di un bimbo, la cui vita non era ancora decollata. Una stretta sigillata e ingentilita da una rosa rossa, che copre una bara più piccola del suo stesso stelo. Tornano a distogliermi le parole dell’Imam islamico che chiudono la cerimonia: nel nome del Dio unico leggerò in memoria di tutti; intanto non mi accorgo che il mio volto è bagnato ,e mentre mi asciugo gli occhi il regista fissa l’inquadratura su una frase latina che campeggia alle spalle dell’altare: NEC RECISA RECEDIT, “neppure recise si fermano le cose” e provo a credere a ciò che ha detto poco prima Monsignor Bertone: … che il dolore si apra alla certezza che la morte non spezza la comunione in Cristo.


di Vanessa

Mini inchiesta sulla fede


Roma, mercoledì 29.04.09.

Sono sul corridoio della Facoltà di Lettere e Filosofia della mia università in attesa che inizi una lezione. Insieme con me ci sono altri ragazzi e ragazze. Passano altri studenti. Mi viene un’idea: perché non partire proprio da loro per realizzare una piccola inchiesta che indaghi il rapporto con la fede di studenti, professori, gente comune? Comincio il mio sondaggio da Maria Dolores e Luis, due giovani spagnoli che frequentano il corso di Letteratura Latina Medievale. Mi accorgo che ho avuto l’occasione di parlare con loro poche volte e mi dispiace, perché , mentre rispondono alle mie domande, scopro che sono due persone eccezionali. Mi avvicino timidamente, non sapendo come possano prendere l’idea di una mini-intervista sul concetto di fede. Non hanno problemi. Elaboro in fretta un questionario.


Maria Dolores Basavilbaso
24 anni studentessa Erasmus in Storia dell’Arte.

- Se dico fede cosa evoca in te la parola?
M. “Penso ad una forza generale, ad un sostegno”
- In cosa? M. “In Dio, ma anche nell’uomo”.
-Se la fede è un supporto, ricorri ad essa solo in caso di bisogno?
M. “No. Non considero la fede qualcosa a cui rivolgersi solo in situazioni di pericolo; è vero che fortunatamente non mi sono mai trovata di fronte ad un grande dolore che mi spingesse a verificare la forza della mia fede. Ma credo che questa sia costante nella mia vita”.
-Ritieni che ci sia differenza tra l’Italia e la Spagna nel considerare la fede?
M. “Sì. In Spagna c’è un maggior attacco e un atteggiamento piuttosto critico verso la fede che è considerata un sentimento ormai vecchio. In Italia , invece, ho notato soprattutto il rispetto che per essa hanno i professori delle diverse discipline, indipendentemente dal loro credo religioso”.
-Hai risposto alla prima domanda collegando la fede alla religione cristiana, hai poi aggiunto che per te esiste anche una fede nell’uomo? Che vuol dire?
M. “Ritengo che la fede possa essere anche fiducia nel prossimo e nella bontà della natura umana”.
-Nella tua famiglia si parla di fede?
M. “La religione nella mia famiglia è molto presente e se ne discute indipendentemente dalle nostre convinzioni. Io e mio padre siamo cattolici, anche mia madre lo è, pur se ultimamente si è aperta alla conoscenza di altre religioni. Mio fratello non ho ancora ben capito che scelta abbia fatto”.
-Se la fede fosse un oggetto?
M. “Sarebbe una croce”.
-Un colore? M. “l’oro”.


Luis Constante
23 anni studente Erasmus in Storia dell’Arte

-Se ti dico fede a cosa pensi?
L. “Mi viene naturale pensare alla fede religiosa e la collego ad un’immagine : quella di una luce forte che arriva da una finestra. La fede è un sentimento importante che per essere vissuto e creduto ha bisogno di una grande forza. Come Maria credo che la fede sia un aiuto per superare le difficoltà. Non so quanto sia grande in me perché non ho avuto situazioni così complicate da sperimentarla”.
-Parli mai con i tuoi coetanei di fede?
L. “E’ difficile. La fede non è cosa su cui si riflette con facilità, siamo presi da altre distrazioni”.

-Credi anche tu che la fede possa essere fiducia nell’uomo?
-L. “Sì. Ma ci tengo a precisare che è una forma di sicurezza che nasce dalla speranza della bontà della natura umana”.
-Ti capita di parlare di fede nella tua famiglia?
L. ride e risponde : “No, non se ne parla; è una cosa intima e personale, sarebbe strano e imbarazzante discuterne”.
-Se la fede fosse un oggetto?
L. “Sarebbe la finestra di una cattedrale gotica”.
-Un colore? L. “L’oro della luce”.

di Vanessa