Ore tre e trentadue della notte tra il cinque e il sei aprile: la terra trema in Abruzzo. Dappertutto è morte e distruzione. Si scava per giorni senza mangiare e dormire. Mariti cercano mogli, genitori cercano figli. Si tenta di recuperare il possibile: fotografie, documenti, vestiti, ecc. Queste persone hanno una dignità e una forza inimmaginabili. Lasciano senza parole. Mi chiedo se questa gente, dopo tutto quello che ha sofferto, potrà ancora credere in qualcuno, in qualcosa? Trovo la risposta in una storia raccontata su un giornale. Osmai è un muratore macedone di quarantadue anni. Sua figlia Valbona è morta sotto le macerie. Nonostante questa disgrazia, per undici volte ha soccorso donne, bambini, uomini feriti. Morta la propria creatura, ha avuto il grande coraggio di venire in aiuto di altri esseri umani . Io credo che Osmai abbia obbedito a una voce interiore che lo spronava ad andare avanti, a dire che non era finita, a pensare che non sempre la morte ha la meglio sulla vita. E in quei secondi, in cui ogni attimo è prezioso, non si è fermato a imprecare, a piangere, ma ha messo in atto quello che in quel momento gli sembrava più giusto fare.
Osmai ha voluto credere che quei corpi feriti potessero tornare a vivere, a studiare, a divertirsi. Non potrà mai spiegarsi perché è toccato alla sua Valbona morire. La ritroverà, però, negli occhi, nei giochi, nelle parole, nei sorrisi di quei piccoli e di quei grandi che ha salvato con le mani che sono, ora, fasciate da garze.
Questo eroe dei nostri giorni deve essere un esempio per andare avanti, per non fermarsi, per credere che c’è un oltre sicuramente molto più luminoso del buio momento che stanno attraversando tutti coloro che, immersi in un dolore grandissimo, sono interiormente lacerati per la perdita dei propri cari, dell’abitazione, della propria quotidianità. Ognuno può e deve credere che le cose cambieranno perché la loro grande forza interiore permetterà tutto questo.
di Vania.
Nessun commento:
Posta un commento