Mentre stavo leggendo le lettere di Bonhoeffer sono rimasta colpita da quanto egli afferma a pag. 2: Dietrich è in prigione, è accusato di aver cospirato contro Hitler.
Scrive una lettera qualche giorno prima di un Natale che definisce “ più autentico di quanto non avvenga dove di questa festa si conserva solo il nome”.
La vita in cella è sofferenza, è segregazione. Neppure i guardiani gli rivolgono la parola. Nella propria solitudine capisce di essere un uomo che segue l’esempio di Cristo. Lui, martire moderno del Novecento, lo sente vicino nel sopportare questa situazione penosa, proprio come i testimoni dei primi secoli che andavano incontro alle persecuzioni e alla morte per provare la loro fede. Vive nel dolore in carcere, consapevole che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, trovando in Dio la sua forza, la sua speranza. Questo Natale acquista una nuova valenza davanti agli occhi di Dietrich che ha conosciuto le nefandezze del regime hitleriano. Di fronte a tutto quello di aberrante che l’uomo produce egli sa di avere una certezza contro la quale la violenza, i soprusi, le aggressioni, le brutalità nulla possono. E quello che per gli altri può sembrare terribile, può incutere spavento e angoscia diventa motivo per accrescere la sua fiducia nel messaggio di speranza di Cristo e nella forza rigeneratrice della fede. Attraverso il dolore egli è meritevole di Dio. Di quel Dio che ha riscattato la vita con la morte per quegli uomini nelle cui mani, ora, è la sua sorte. La sofferenza è vana di fronte alla beatitudine perenne ed infinita di Dio. È proprio nella fede che egli, umile prigioniero, trova conforto, scoprendo in Cristo una risposta a quella che per gli altri è disperazione. Cristo che, modello di condotta, davanti alla prova della pena e dell’afflizione ha accolto la volontà del Padre morendo in croce.
Una fede che genera una forza tanto grande da sopportare ore, minuti, giorni, settimane che scorrono lente in attesa dell’inevitabile esecuzione del 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossemburg.
di Vania.
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