Un saluto di benvenuto, insieme ad alcune linee di informazione e proposte di interventi, a chi entra e si esprime in questo blog. È stato pensato e avviato scambiando riflessioni e pareri con amici, colleghi e studenti universitari. Nasce da testi e tematiche emerse nel leggere testi di autori, per lo più antichi, che nei molti anni del mio lavoro hanno accompagnato lo svolgersi di corsi, letterari linguistici e storici, da me tenuti in varie università (LUMSA, ISSR Mater Ecclesiae -Angelicum di Roma, università di Macerata). In essi ho affrontato, di tempo in tempo, le letterature greca e latina, la letteratura cristiana antica in queste due lingue, la letteratura latina tardo-antica e altomedievale, la storia delle religioni.


Una recente provocazione mi è venuta anche da un gruppo di studenti all’inizio di un corso di storia delle religioni, quando hanno definito le motivazioni per la scelta di questo corso non obbligatorio nel piano di studi. La scelta nasce – cito le loro parole – dal voler avere una panoramica sulle religioni e sulle culture diverse da quella più o meno praticata da ognuno, dall’interrogarsi sul perché c’è la religione, che essi vedono come elemento della convivenza umana, come stile di vita tramandato, come serie di istituzioni/canoni che l’uomo si è dato, come valenza etica, come concetto vasto, come bisogno di affidarsi a qualcosa. Il blog vuol essere dunque un luogo per esprimere riflessioni e provocazioni sulla realtà profonda dell’essere umano, sulle domande che lo hanno accompagnato e lo accompagnano, su ciò che è al di là e al di sopra di lui, sul credere e sul perché del credere e del non credere… L’essere umano è tutto e solo ciò che vediamo, sperimentiamo, soffriamo, godiamo? Ha altre dimensioni? Quali? Sono da vivere? Come?

martedì 23 giugno 2009

L’Alba del Domandarsi

Voglio raccontare un fatto singolare che mi è capitato qualche giorno fa. Doveva essere molto presto quando il mio cellulare si è messo a squillare quella mattina. L’ho capito dall’impazienza del vicino svegliato dal suo suono, che, ammetto, non è basso, e dal ritardo con cui sono andata a rispondere. Mentre cercavo di capire chi potesse essere sono stata investita dalla voce di Luca, un mio amico. “Che vuol dire l’alba del domandarsi?” Credo di essere rimasta qualche istante in silenzio prima di rispondere, non sicura di quello che avevo ascoltato; così a mia volta dico “Non capisco di che parli, che cosa è successo?” Lui ribatte “il blog. Sono andato sul sito che mi hai detto, l’ho letto e ora sono tormentato da quel sottotitolo”. Ricordo di essere andata in cucina per accertarmi dell’ora e di aver detto: “Alle 5 del mattino?”. Lui: “Non potevo aspettare. Possibile che ci sono persone che si interrogano sulla fede, giovani che rispondono cose così sensate, come quei ragazzi spagnoli o quelle ragazze che trovano in poesie e commenti meravigliosi il loro modo di parlare di fede, mentre io al massimo collego quella parola all’anello?” Io: “Quale anello?”. Lui: “La fede nuziale”. Io: “Che?!”. Lui: “Sì, quella che si scambiano gli sposi il giorno del matrimonio.” Rileggendo quello che ho scritto mi rendo conto che mentre Luca era un fiume in piena di parole, io non dovevo essere al massimo delle mie forze, visto che mi sono limitata a rispondere a monosillabi. Colpa dell’ora. Dopo, però, devo essermi ripresa, perché ho deciso di ascoltare meglio Luca, seduta sul divano e consapevole che sarebbe stata una lunga chiacchierata. Confesso che non avrei mai creduto che consigliare a Luca la lettura del blog avesse mai potuto fargli nascere un’ansia così forte. Lui, infatti, è famoso per essere un “supersicuro”, pratico, razionale, convinto che la fede sia “roba” da anziani, una forma di timore religioso. Gli chiedo: “Cosa ti sconvolge di quel sottotitolo?” Lui: “Il domandarsi. Insomma, se uno dice di avere fede, di qualsiasi forma sia, come dite sul blog, che bisogno c’è di chiedere conferme?” Gli spiego quello che io penso si possa leggere in quella frase: “Sai, il domandarsi può avere molte chiavi di lettura; si chiede per sapere, per ottenere. Ma quello che abbiamo voluto suggerire è il bisogno di cercare. La fede cattolica, per esempio, non è un possesso certo e costante. Anche il credente più forte rischia di smarrirla nel corso della vita. Così si diventa come dei viandanti su una strada che sappiamo dove condurrà ma di cui non conosciamo le insidie. Dio ha fatto libera la nostra volontà di credergli oppure no, non ci ha imposto la sua Verità in modo incondizionato. Possiamo interrogarla, dubitarne e scoprire solo così quanto sia profonda la nostra fiducia verso di Lui”. Luca è agitato perché dice che se fosse stato lui il soggetto delle inchieste sulla fede, non avrebbe saputo rispondere. Gli dico che potrebbe partire dall’anello nuziale: “Perché colleghi la fede a quell’oggetto?”. Lui “Perché è una prova”. Io: “Di che?”. Lui: “Nella mia famiglia è segno di fedeltà, di lealtà all’amore promesso”. Io: “Quindi se l’oggetto è per te una forma di conferma a un sentimento scambiato, puoi cercare di partire da qui per spiegarmi la fede come parola e non come oggetto”. È la prima volta che la voce di Luca è incerta ma sempre pronta e dice: “È devozione a qualcuno o qualcosa”. Io: “Tu ce l’hai?”. Luca risponde: “Non lo so”. Saluto Luca facendogli notare come anche lui con questa telefonata sia entrato nell’“alba del domandarsi”, che anche lui ha trovato il modo di mettere in dubbio le sue certezze, la sua sicurezza. Gli lascio un ultimo consiglio: “Magari la prossima volta interrogati a giorno inoltrato!”.

Di Vanessa.

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