Venerdì 10 aprile ’09. Sono passate le 11. Mi trovo in strada. I negozi sotto casa mia hanno le saracinesche abbassate in segno di lutto. Fuori c’è un’aria calda e un silenzio soffocante. Mi affretto a tornare, voglio seguire i funerali ufficiali per le vittime del terremoto in Abruzzo. Accendo il televisore e quasi automaticamente apro la finestra della stanza e ho l’impressione che un unico suono vi entri : è quello dell’omelia di Monsignor Bertone. Noto stupita che tutti gli appartamenti vicini al mio hanno le finestre aperte da cui sembra uscire all’unisono la voce del segretario di Stato vaticano. È come se l’intero mio quartiere partecipasse insieme con lo Stato e il Paese tutto a quello straziante addio. Comincio a guardare le immagini e in un attimo i miei occhi si riempiono della distesa di bare disposte sul piazzale della caserma della Guardia di Finanza. Sono 205. Su ognuna di loro è posato un oggetto: un fiore, un giocattolo, una foto… è il modo tutto umano che abbiamo per dire ai nostri cari che siamo lì, per dire a noi stessi che non vogliamo staccarci da loro. Alcuni militari in alta uniforme sembrano proteggere feretri che non hanno parenti che li piangono. Ci sono le insegne di tutte le regioni italiane, c’è lo Stato con i suoi rappresentanti, c’è la Chiesa cattolica e la sua omelia. Sono turbata, quasi stordita davanti ad una tragedia troppo grande per essere compresa e mentre mi domando come si possa superare una prova così dolorosa, mia sorella alza il volume del televisore. Comincio a memorizzare alcune parole di Monsignor Bertone, che rivolgendosi al Signore lo appella clementissimo. Parla di morti in Cristo, di una dimora terrena distrutta per un’abitazione eterna nel cielo, di come si debba trarre dalla morte una lezione di vita autenticamente cristiana, di come si debba contrapporre al mistero della morte la speranza della salvezza eterna. Mi abbandono a quelle parole come all’unico modo che ho per dare un senso a quello che è accaduto. Mi affido alla promessa di resurrezione del mio Dio, che è Signore della Vita. Sento Monsignor Bertone pronunciare nel suo discorso mistero della fede e più tardi affermare ancora che ci è data la possibilità di accettare un dono: quello della consolazione delle parole della fede. Penso a quanto sia difficile ricevere questo dono soprattutto per quelle mamme e papà che hanno perso i loro figli. Smetto di ascoltare e torno a guardare. Mi scorrono davanti agli occhi 20 bare bianche, piccole come schizzi stonati su una tela di un quadro che non gli appartiene Vedo nonni disperati perché sopravvissuti ai nipoti. Rimango soprattutto smarrita davanti alla piccola bara di Antonio. È un bimbo romeno di soli 4 mesi. Il feretro è appoggiato su quello della madre, accanto c’è quello del padre. È un’immagine troppo straziante. Dà l’idea di un ultimo gesto materno che riporta a sé , come in un abbraccio, il corpicino di un bimbo, la cui vita non era ancora decollata. Una stretta sigillata e ingentilita da una rosa rossa, che copre una bara più piccola del suo stesso stelo. Tornano a distogliermi le parole dell’Imam islamico che chiudono la cerimonia: nel nome del Dio unico leggerò in memoria di tutti; intanto non mi accorgo che il mio volto è bagnato ,e mentre mi asciugo gli occhi il regista fissa l’inquadratura su una frase latina che campeggia alle spalle dell’altare: NEC RECISA RECEDIT, “neppure recise si fermano le cose” e provo a credere a ciò che ha detto poco prima Monsignor Bertone: … che il dolore si apra alla certezza che la morte non spezza la comunione in Cristo.
di Vanessa
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