Un saluto di benvenuto, insieme ad alcune linee di informazione e proposte di interventi, a chi entra e si esprime in questo blog. È stato pensato e avviato scambiando riflessioni e pareri con amici, colleghi e studenti universitari. Nasce da testi e tematiche emerse nel leggere testi di autori, per lo più antichi, che nei molti anni del mio lavoro hanno accompagnato lo svolgersi di corsi, letterari linguistici e storici, da me tenuti in varie università (LUMSA, ISSR Mater Ecclesiae -Angelicum di Roma, università di Macerata). In essi ho affrontato, di tempo in tempo, le letterature greca e latina, la letteratura cristiana antica in queste due lingue, la letteratura latina tardo-antica e altomedievale, la storia delle religioni.


Una recente provocazione mi è venuta anche da un gruppo di studenti all’inizio di un corso di storia delle religioni, quando hanno definito le motivazioni per la scelta di questo corso non obbligatorio nel piano di studi. La scelta nasce – cito le loro parole – dal voler avere una panoramica sulle religioni e sulle culture diverse da quella più o meno praticata da ognuno, dall’interrogarsi sul perché c’è la religione, che essi vedono come elemento della convivenza umana, come stile di vita tramandato, come serie di istituzioni/canoni che l’uomo si è dato, come valenza etica, come concetto vasto, come bisogno di affidarsi a qualcosa. Il blog vuol essere dunque un luogo per esprimere riflessioni e provocazioni sulla realtà profonda dell’essere umano, sulle domande che lo hanno accompagnato e lo accompagnano, su ciò che è al di là e al di sopra di lui, sul credere e sul perché del credere e del non credere… L’essere umano è tutto e solo ciò che vediamo, sperimentiamo, soffriamo, godiamo? Ha altre dimensioni? Quali? Sono da vivere? Come?

domenica 19 aprile 2009

“RE E REGINE DI UN CASTELLO DI SABBIA” (Schegge di pensieri sul terremoto in Abruzzo I parte)


In quella orribile notte tra domenica e lunedì aprile mentre sono alla disperata ricerca di qualche notizia su quello che sta accadendo, da una stazione radio di Roma apprendo che l’Abruzzo è stato colpito da un grave terremoto; subito dopo si parla della Casa dello studente dell’Aquila: è crollata, ci sono certamente feriti, probabilmente vittime. Il mio pensiero corre ai giovani seppelliti sotto le macerie. I miei occhi non hanno ancora visto l’atroce spettacolo di quella casa ridotta un cumulo di sassi. Prego che il Signore salvi quegli innocenti. Sono quasi miei coetanei. Potrebbero essere miei amici. Accendo la televisione. Arrivano le prime immagini. Vedo una costruzione crollata e soccorritori che senza risparmio danno l’anima per salvare chi è sotto quell’ammasso di sassi. Di fronte a quell’edificio ferito, piegato su se stesso, come una persona schiacciata da un peso che si sapeva non poter sostenere, cerco un colpevole. Mi dico: “certo, il terremoto non lo si può evitare, ma chi è stato il furbo che ha permesso si costruisse un luogo così privo di qualità edilizia?”. Giorni dopo leggo su un quotidiano le parole di un docente della facoltà di Architettura di Venezia: “il furore costruttivo può essere più dannoso di quello distruttivo del terremoto”. Mi convinco che quegli studenti sono stati, forse, vittime di chi ha costruito senza onestà, limitando i costi a scapito della sicurezza altrui; di chi ha ignorato leggi e norme antisismiche; di chi ha sottovalutato innegabili segnali premonitori; di sistemi obsoleti e vecchi, pigri e poveri per accettare i suggerimenti di esperti che gridano al cambiamento.
Nel giorno del funerale tra i tanti nomi di quanti hanno perso la vita scorrono quelli di: Davide, Angela, Luciana, Michelon, Alessio, Chiara, Francesco, alcuni dei ragazzi che abitavano in via XX Settembre, nella Casa dello studente. Giovani che sono stati “re e regine di un castello di sabbia” che li ha traditi, portandosi via le loro vite poggiate a piloni presto affondati. Mia madre mi dice che ora è inutile la rabbia, l’odio; mi fa osservare quello che è rimasto della residenza universitaria, su cui è calata una notte silenziosa, illuminata solo dalla fredda luce delle fotocellule. Mi invita ad immaginare ancora in piedi quello che prima era un palazzo alto una ventina di metri, ad entrare con il pensiero nelle stanze, ad ascoltare le voci di ragazzi e ragazze che condividevano fra quelle pareti i loro amori, gioie, paure, sacrifici e soprattutto speranze. Mi ricorda come in un’altra palazzina nel centro dell’Aquila, dopo quarantadue ore sotto le macerie, è stata estratta viva Eleonora, una studentessa vent’enne con il sogno del cinema. Mia madre mi dice che questo è il trionfo della vita sul mistero della morte. La sua fede è così forte che riesce a vedere lì dove i miei occhi non arrivano. Aggiunge: “sai, il padre di Ele ha rotto il cordone di sicurezza per essere lì accanto alla figlia incontro alla speranza, che ha avuto il volto e le mani di soccorritori che, come angeli, hanno strappato Ele alla morte”.

di Vanessa.

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