Mi è capitato casualmente fra le mani un vecchio articolo di un giornale romano. Sono stata subito incuriosita dal suo titolo: “Folgorato sulla via dei rom”. Mi viene subito in mente S.Paolo e la sua conversione sulla strada per Damasco. Decido di leggerlo. Scopro così la straordinaria storia di Salvatore, un ragazzo di Salerno che giunto a Roma per il servizio militare incrocia un giorno lo sguardo di alcuni bimbi rom. E’ allora che decide di voler fare qualcosa. E va a vivere con loro in una baracca per alcuni giorni della settimana, determinato ad essere per quei bambini, ombre della Capitale, un punto di riferimento. O meglio il loro mister. Già perché Salvatore ha ideato una squadra di calcio, gli “Ercolini”, per coinvolgere i piccoli nomadi. Più avanti leggo una dichiarazione del giovane: “vengo nella mia baracca quasi ogni giorno… è dura, ma è così che intendo la fede”. “Caspita!, penso, lui sì che ha trovato il modo di umanizzare la sua adesione a Dio, non parole, ma fatti”. Lui che ha trovato la sua serenità penetrando lì dove molti non guardano: i margini di una Roma grande e accogliente, ma che a volte è così distratta da non prendersi cura di tutti “i suoi figli”. Lui che trova il sorriso nel sorriso che i bimbi rom restituiscono come forma di ringraziamento, per l’affetto di quel ragazzo che sembra piovuto dal cielo.
La storia di Salvatore mi ha fatto riflettere sul fatto che esistono modi concreti per percepire la fede nella vita di ogni giorno, a noi il compito di scegliere quale.
di Vanessa.
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